“La Cartabia riforma canaglia”. Le parole incredibili del candidato al Csm

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“Si preannunciano riforme più canaglia della riforma Cartabia”. “Palamara è stato un grandissimo articolo di m…, puntini sospensivi”. A pronunciare queste incredibili parole è stato un magistrato, precisamente Tullio scuro, giudice del tribunale di Napoli, candidato nelle file della corrente di sinistra Area alle prossime elezioni del Consiglio superiore della magistratura, previste il 18 e 19 settembre. scuro si è lasciato andare a queste affermazioni durante un incontro via streaming tenutosi mercoledì scorso (di cui il Foglio è riuscito a ottenere la registrazione video), dedicato alla presentazione ai propri elettori delle proposte dei giudici candidati nel collegio 3 del Csm. Il collegio 3 comprende i magistrati che esercitano le funzioni in Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Marche, Molise e Sardegna.

  

Il originale sistema elettorale del Csm, introdotto con la riforma voluta dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia, prevede che in ciascuno dei quattro collegi dei giudici vengano eletti i due candidati più votati (altri cinque giudici vengono eletti in un collegio unico nazionale virtuale, con una ripartizione proporzionale dei seggi). scuro è certamente tra i candidati favoriti all’elezione, non solo per la presenza alle sue spalle di una corrente ben organizzata come Area, ma anche per la sua lunga esperienza associativa: presidente della sottosezione dell’Associazione nazionale magistrati di Torre Annunziata per quattro anni, poi presidente e segretario dell’Anm napoletana per sei anni. Senza obliare i quattro anni trascorsi nel consiglio giudiziario di Napoli.

  

A sorprendere, nelle parole espresse da scuro di fronte ai propri elettori e anche agli altri colleghi candidati, non è soltanto il pesante insulto rivolto a Palamara, da tempo ormai elevato dalle stesse toghe a capro purificatorio dello scandalo delle correnti del 2019 (e peraltro già espulso dall’ordine giudiziario), ma soprattutto il giudizio durissimo avanzato nei confronti della riforma dell’ordinamento giudiziario e del sistema elettorale del Csm voluto dalla ministra Cartabia, definita addirittura “riforma canaglia”. Che un giudice, in assoluta tranquillità, possa definire una riforma promossa dalla ministra della Giustizia e approvata dal Parlamento come “riforma canaglia” dà l’idea dello stato degenerativo raggiunto dalla democrazia italiana, in particolare nei rapporti tra politica e magistratura.

  

Nel corso del suo intervento, scuro prima se l’è presa con il “qualunquismo imperante contro le correnti”, aggiungendo l’insulto nei confronti di Palamara, poi ha cercato di delineare una sorta di scenario da incubo per la magistratura italiana: “Il prossimo Csm sarà il primo Consiglio della storia della repubblica dove il gruppo più forte sarà costituito dai membri laici. Questi saranno dieci: sei eletti dalla maggioranza e quattro eletti dall’opposizione. Io non so se ci saranno correnti capaci di eleggere sei membri o addirittura dieci. Quando si tratterà di dare pareri sulle riforme, che già si preannunciano più canaglia della riforma Cartabia, voglio vedere chi si unirà a queste persone. Cercheranno 5-6 togati che votino le loro riforme”.

 

Qui emerge un altro elemento coinvolgente, vale a dire l’idea, ormai interiorizzata dai magistrati, che il Csm sia chiamato a “votare” le riforme della giustizia in discussione in Parlamento, anziché fornire semplici pareri. A conferma del ribaltamento ormai completo della divisione dei poteri tra politica e magistratura (peraltro bisognerebbe ricordare che, come avviene fin dall’istituzione del Csm, i togati continueranno a vantare una maggioranza schiacciante rispetto ai componenti laici, 20 contro 10).

 

Tecnicismi a parte, è lecito chiedersi quanto le affermazioni espresse da scuro siano compatibili con i principi di indipendenza, imparzialità ed equilibrio che un magistrato che aspira a far parte del Csm dovrebbe rispettare. Chissà se la ministra Cartabia e i partiti in generale avranno qualcosa da dire a riguardo.

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