Dei delitti e del carcere sull’onda emotiva del caso Brusca

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La recente scarcerazione per fine-pena del boss “pentito” Giovanni Brusca ha provocato profondo turbamento e reazioni indignate. Non solo tra i familiari delle vittime, ma anche nella pubblica opinione e in alcuni settori del mondo politico. Sino al punto di indurre a sollevare l’interrogativo se non siano maturati i tempi per rivedere la legge sulla collaborazione giudiziaria. Lo sconcerto era del resto prevedibile. Anche perché corrisponde ormai a una sorta di legge statistica che a ogni occasione di interruzione, o mitigazione del rigore detentivo di condannati mafiosi (persino molto anziani e gravemente ammalati), seguano subito preoccupazione e allarme. Contribuisce ad alimentare questi sentimenti la stampa scritta e parlata, che – specie da quando il paradigma vittimario ha preso il sopravvento nello scenario pubblico – tende, più che a registrare, a sollecitare e drammatizzare le reazioni negative dei parenti delle vittime (a cominciare dalle figure più note o simbolicamente rilevanti) con interviste e altre tecniche comunicative atte a provocare e diffondere forti ondate di emotività. E da queste correnti emotive finiscono, purtroppo, col farsi coinvolgere anche esponenti politico-istituzionali, cui può accadere di lasciarsi andare a esternazioni estemporanee destinate però a essere corrette o ridimensionate non appena torna a prevalere, dopo qualche giorno, una più fredda capacità di giudizio.

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